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Oltre l’influenza. Musica, viaggi e droghe in cerca di sé.

Domenica 16 marzo, si terrà al Newroz l’iniziativa di presentazione del libro di Antonia Tricarico “Oltre l’influenza.” Il libro è una memoria romanzata scritta da Antonia Tricarico, che a partire dalla vita di Zita – la protagonista – racconta scene istantanee di attivismo giovanile, della lotta politica e della complessità delle relazioni
familiari in un periodo di sconvolgimenti sociali seguiti da una testimonianza di un’epoca fatta di
musica, di droghe, anarchia e contraddizioni, di prese di coscienza ma anche di amicizie e
momenti straordinari. « Oltre l’influenza » cattura un microcosmo di quella vita di strada, piena di alti e bassi, rituali e visioni frenetiche dove Zita fatica a definire la sua identità, sia come singola persona che come parte di un movimento politico e collettivo più ampio. Ne discutiamo insieme all’autrice domenica 16 marzo alle h 17:00, e a seguire ci sarà la possibilità di rimanere insieme con apericena e musica

ZITA, ROMA 1980

[…]

In quel periodo chi non si faceva era fuori moda. Ma io della moda me ne sbattevo e pensavo piuttosto a quanto fosse contento lo Stato a tenere tutti sotto controllo con quella porcheria. Se ne stavano incantati a parlare di quanto fosse bella la vita per poi stramaledirla quando calava e bisognava trovare i soldi per un’altra dose. Eppure tutte le speranze erano riposte lì, non ci poteva fare niente nessuno. Questo almeno per un altro po’.

Alla fine degli anni ottanta molti sarebbero tornati a fare pressappoco quello che facevano prima di buttarsi a capofitto nelle lotte studentesche e in quelle operaie. Infatti, scioperi, assemblee e occupazioni furono il pasto principale per un lungo periodo di tempo, affiancate alle risse con quelli di destra e alle mazzate della polizia. Le guardie, quando ti acchiappavano, alle femmine davano colpi di manganello sul seno e sulla pancia, ai maschi su tutto il resto del corpo.

[…]


Le parole di Romeo mi martellano la testa. “Hanno ammazzato…” Scendo e incrocio suor Ersilia, mi trattiene per un braccio. «È successo qualcosa? Il tuo ragazzo è molto sensibile, anima pura» mi sussurra all’orecchio. “Sì, sì, sapessi cosa succede alle anime sensibili”, penso io. «Non si preoccupi, sorella. È tutto a posto» taglio corto. Esco di corsa e con Romeo ci avviamo verso la piazza del Tufello. Penso che ormai sono anni che non cammino più ma corro. Non ho voglia di fare domande a Romeo che, bianco in volto, si asciuga gli occhi ogni tanto. Aspetto che sia lui a parlare per esorcizzare l’orrore. «Sono andati a casa di Valerio. Hanno detto alla madre che erano amici suoi. Era il suo compleanno, non faceva strano. Quando è entrato, gli hanno sparato». La sua angoscia s’innesta alla mia, ci prende sottobraccio. «Andiamo a vedere cosa vogliono fare gli altri». La piazza del Tufello è gremita di persone, qualcuno piange, appoggiato alla spalla di un altro. Una compagna urla nel megafono il nome di Valerio, quello che è successo, lo strazio delle parole schiaccia tutto il quartiere. Fuori dal mercato, che sta chiudendo, i netturbini raccolgono gli scarti della giornata e ci guardano con occhi assonnati da dopo pranzo. L’edicola con le scritte e con le locandine strappate che penzolano a brandelli dalle pareti di plastica, il piccolo monumento ricoperto di graffiti. È tutto vero? Perché uccidere? “Perché?”, mi ripeto senza trovare risposta.

[…]

«Valerio è vivo e lotta insieme a noi!» grida qualcuno, e un coro si alza per ripetere e ripetere all’infinito questa frase. All’imbocco del cimitero, la polizia lancia il primo lacrimogeno. Molti gruppetti più esterni alla massa iniziano a correre verso la Tiburtina.

Non si respira più. Romeo mi dà un fazzoletto e cominciamo a correre tra lapidi abbaglianti, mentre inciampo nei lacci delle mie stesse scarpe. «Corri!» urla Romeo, e starnutisce forte mentre mi aiuta a rialzarmi. I lacrimogeni sono bombe, il rumore è proprio quello, il fumo che ti brucia naso, bocca e occhi è come il fumo delle bombe. Lo so perché proprio vicino alla pensione delle suore brasiliane, su via Nomentana, hanno fatto saltare in aria una banca, e quell’odore insopportabile è rimasto lì, appiccicato alla piazza per giorni e giorni. Non servono a un cazzo i limoni o coprirsi la faccia. Nessuno è stato risparmiato dai gas, neanche i morti. Che fine ha fatto Valerio? Questo era il suo cazzo di funerale. «Coraggio, andiamo!» Romeo mi tira per un braccio. Mi giro, vedo solo ombre, continuo a correre, giù giù, in fondo. Verano.

«Dobbiamo prendere un autobus».

«E il vespino?».

«Al diavolo il vespino, ci torniamo stasera. O domani».

Un autobus si ferma, siamo in tanti a prenderlo, l’autista chiude le porte e ci guarda dallo specchietto. Accelera come se volesse scappare anche lui.

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