Nell’ambito dell’iniziativa Storie di lotta e comunità della diaspora albanese – iniziativa organizzata dalla Libreria Popolare Paulo Freire insieme a Zanë Kolektiv, in cui verrà presentato il manifesto di Zanë e celebrata Dita e Verës – condividiamo un contributo che evidenzia i processi storici e sociali da cui traggono origine le prime esperienze di auto-organizzazione comunitaria e decoloniale in Italia, ancora in fase emergente, ma già cariche di energia, pronte a sprigionare forza e tracciare nuove strade collettive.
L’8 agosto 1991, con l’arrivo della nave Vlora carica di 20.000 migranti albanesi stipati a bordo, la migrazione di massa irrompe nei media, nella politica e nella società italiana. Da allora, i flussi dall’Albania sono stati costanti: migranti che hanno affrontato confini, autorità, guardie. Gli istanti degli sbarchi: bambini che piangevano, genitori intimati a zittirli su spinta di estranei. La clandestinità, la difficoltà di orientarsi senza conoscere la lingua e il territorio, l’assenza di reti e appoggi. Le chiamavano “carrette del mare”, un’etichetta usata per ironizzare, ridicolizzarci, disumanizzarci. Intanto, albanesi morivano in mare o venivano uccisi dall’esercito italiano. Come il 28 marzo 1997: oltre cento migranti albanesi uccisi nel canale d’Otranto, quando la piccola imbarcazione Kater i Rades fu volutamente speronata da una nave della marina militare italiana. L’ordine arrivava dall’alto: il governo aveva imposto il blocco militare degli sbarchi. Indistintamente, dai governi, le politiche sono sempre state emergenziali e di criminalizzazione.
Ma i rapporti tra albanesi e Italia hanno radici profonde, segnati da resistenze nostre e invasioni italiane, dal periodo romano al fascismo, fino all’attuale asimmetria neocoloniale. Esistono anche storie di radicamento, come le comunità arbëreshe, stanziate in Italia dal 1400, che ancora oggi conservano lingua e tradizioni, coesistendo con le popolazioni autoctone del Sud.
I migranti albanesi sono sempre stati descritti dall’esterno, in modo strumentale: da una parte la criminalizzazione martellante su media e politica, dall’altra la narrazione opposta che tenta di cristallizzare comunque stereotipi e poiszioni di subalternità e passività. In entrambi i casi, un perimetro imposto esteriormente, che quando veniva superato generava reazioni per ristabilire le gerarchie di potere.
In Italia, la prima generazione ha subito un confinamento asfissiante: lavorativo, economico, spaziale. Fabbriche, pulizie. Case abbandonate, case popolari, sfratti. Le file in questura per i documenti. Un razzismo intrecciato al classismo. E, per le donne migranti, il peso ulteriore del sessismo e della violenza di genere. Migrare, ricostruire, regolarizzarsi, sopravvivere alla precarietà sono già atti di resistenza. E poi le ribellioni per la dignità: contro padroni che non pagavano in nero, contro palazzinari, contro uomini violenti, nei CPR, nelle baraccopoli dei braccianti. Spesso gente uccisa, rimasta senza nome, senza ricordo, solo per aver alzato la testa. Ma le condizioni materiali e simboliche rendono difficile l’auto-organizzazione e la partecipazione politica. Non a caso, il primo spazio partecipativo di lotta collettiva delle prime generazioni è stato il sindacalismo di base, per salari e condizioni di lavoro migliori. Insieme alle altre etnie migranti in Italia.
La prima generazione, per definizione, non ha alcun capitale sociale o economico. E in un contesto segnato da miseria, stereotipi, esclusione, ghettizzazione, questi elementi si trasmettono alle seconde generazioni attraverso il razzismo sistemico, istituzionale, interpersonale. Bambini tra due culture, significava spesso una frattura: dentro casa la nostra, fuori solo ostilità e criminalizzazione. Il messaggio era chiaro: essere albanesi significava essere criminali. Un processo che mirava a introiettare e interiorizzare vergogna, a farci rinunciare a noi stessɛ, a imporci gerarchie sin da bambine.
Ma dall’auto-consapevolezza nasce la necessità di spezzare la solitudine, l’isolamento, l’esclusione: auto-organizzandoci autonomamente. Proprio perchè il razzismo è incorporato in ogni ambito della società, e perché abbiamo vissuto la sua violenza nei margini più oppressivi, la lotta di Zane si muove su tutti i fronti e interstizi: giustizia abitativa, auto-racconto per de-stigmatizzare le narrazioni, per ricostruire autonomamente le nostre identità collettive, lotte nei luoghi di lavoro, contro il maschilismo, contro l’esclusione sistemica, per quartieri popolari con servizi. In prima persona. Da noi, In autonomia. Attraverso auto-organizzazione. Costruendo legami con solidali. Intensificando le relazioni internazionali. Zanat, nella mitologia albanese, hanno sempre avuto un ruolo proattivo: di lotta contro le ingiustizie. Oltre ogni tempo, oltre ogni confine