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Tentati attacchi, dovute risposte – dagli attacchi alle lotte torinesi agli infiltrati nei movimenti in Spagna, tra solidarietà e contrattacco

Di seguito pubblichiamo alcuni estratti dall’Introduzione a cura di associazione a resistere – Pisa”, del documento Movimenti sociali, disciplina statale e controllo preventivo”, presentato durante l’iniziativa tentati attacchi, dovute risposte” tenuta giovedì 27 marzo presso lo spazio antagonista newroz. Il corposo dossier si trova in forma cartacea in consultazione presso la Libreria popolare Paulo Freire.

L’esigenza di associarci per resistere prende forma nella nostra città a ottobre del 2022, spinti dalla volontà di respingere al mittente il tentativo di criminalizzazione giudiziaria nei confronti di decine di compagni e compagne del Movimento No TAV, del CSOA Askatasuna e dello Spazio popolare Neruda, accusati con un maxi processo di essere prima sovversivi, poi delinquenti violenti. In piazza Serantini, luogo simbolico dell’antifascismo rivoluzionario della nostra città, venne siglata durante una serata di dibattito, una intesa comune tra molte forze e realtà locali. Una comunanza di senso e ragionamento sulla legittimità delle lotte e sulla necessità di costruire percorsi di autodifesa, coalizione, associazione. Anche a Pisa inizia quindi il percorso di Associazione a resistere per reagire alla tendenza di separare, punire, isolare e spaventare chi osa ribellarsi alle ingiustizie.

…Qualche mese fa eravamo alla marcia popolare dell’8 dicembre a Susa. Migliaia di no tav di ogni genere ed età col proprio passo fiero e determinato percorrevano chilometri in direzione ostinata e contraria. Nonostante fogli di via, arresti domiciliari o in carcere, tentativi di denigrazione mediatica, multe, malattie, cariche poliziesche, lacrimogeni ad altezza uomo e donna, il movimento va avanti, e resistendo dimostra l’inefficacia degli apparati di controllo e repressione di fronte alla forza sociale che si organizza. Lo squilibrio tra la volontà di rendere legge effettiva il DDL 1660 e l’attuale debolezza dei movimenti in Italia dipende dalla consapevolezza degli apparati dello Stato che l’economia di guerra e il divario sociale impongono uno sforzo di cooptazione nel sistema, tramite le leve della paura e del ricatto, prima che si dispieghino con più energia le tensioni sociali. E’ quindi un percorso, quello del DDL 1660, che rivela più il timore delle gerarchie ufficiali che il saldo controllo sugli umori del paese. Il pericolo da governare è l’approfondirsi della divaricazione tra bisogni della società nell’epoca della guerra edell’assottigliamento dei regimi di fabbrica in regimi di caserma. Tutto questo in un sistema il cui perno ideologico è il vanto personale, gli stili di vita consumistici e la libertà individuale. Per questo riteniamo importante contestualizzare diversi livelli su cui si misurano le associazioni a resistere nella nostra città.

Quali sono le tattiche e le tecniche di repressione dei  movimenti sociali?                                  
Partiamo da una constatazione che, se è abbastanza evidente, risulta scarsamente analizzata con spirito (auto)critico: guerra e informatizzazione della società sono strettamente legati. Gli stessi oligopoli, da Amazon Web Service alla Leonardo spa siedono ai tavoli imbanditi dai Governi per l’utilizzo di risorse e infrastrutture pubbliche che vengono piegate agli interessi di questi novelli feudatari. La produzione tecnico scientifica e la dimensione militare vanno a braccetto, il ruolo delle università e degli istituti della produzione del sapere, sono il veicolo fondamentale del cosiddetto dual-use. Ma è il settore della comunicazione, delle informazioni, che necessita di essere affrontato nel dettaglio. Che tipo di riflesso ha nel controllo e nella repressione sociale questa rivoluzione industriale 4.0” al servizio della guerra? L’estrazione dei dati, il trattamento delle informazioni, l’estorsione preventiva delle intenzioni dei soggetti sociali sono i compiti di queste piattaforme, nelle quali ogni gruppo sociale passa sempre più tempo. La dipendenza compulsiva dai campi virtuali intasa e occupa i bisogni di socialità e confronto, inquina – essendo orientata da algoritmi prodotti per il profitto e il dominio – le relazioni, vanifica le dimensioni comunitarie e produce continue scissioni egocentriche. Sono vere e proprie armi per orientare consumi ma anche per controllare e dirigere comportamenti, per spiare anomalie del sistema prima che esse lo infettino. Come ogni mezzo sono soggette ad ambivalenti utilizzi, e per questo ci sembra necessario studiare e rendere politici gli investimenti diretti che il capitale fa di questi dispositivi, sia in termini legislativi che di mercato della sicurezza”. In un contributo descriviamo quindi anche la cosiddetta Cognitive War, nelle sue funzioni operative contenute nei decreti sicurezza e nella pedagogia della delazione che si diffonde sia nei comportamenti di massa, sia nell’applicazione che corpi militari speciali ne vogliono fare, anche sul nostro territorio. 

Una riflessione non più rinviabile da estendere anche nell’analisi pratica sulle forme di comunicazione del e per il movimento”. Le piattaforme social proprietà degli Oligopoli suddetti, che vengono utilizzate per costruire narrazioni dei fatti politici, per condividere informazioni, gestire dibattiti, conflitti e relazioni, quanto ne condizionano i contenuti, i tempi di elaborazione, le capacità di costruire dialogo e sintesi? L’algoritmo funzionale alla performativita’ capitalista quanto e come influenza le attività di lotta? Quanti dati siamo disposti a regalare in un‘intercettazione costante delle nostre dinamiche? Quanto tempo siamo disponibili a spendere per farci consumare dentro – e non contro – gli assetti del capitalismo della sorveglianza? Qual è la relazione tra dimensione pubblica, collettiva, democratica, “trasparente”, e mezzi di diffusione di massa pensati per imporre modelli di vita basati sul pettegolezzo, sulla distrazione, sulla dittatura dei like”? Pensare il diritto alla disconnessione non come de- responsabilizzazione rispetto alle necessità di costruire politiche di massa, ma come riconquista di spazi e infrastrutture – anche digitali – funzionali davvero agli obiettivi di trasformazione, che proteggano e incrementino un’etica collettiva di fondo, anziche’ appiattirsi, integrandosi ai dispositivi di manipolazione mediatica dominanti. In quest‘ottica la critica alle tecniche di repressione si estende alla critica del poliziotto interiore” che internalizza la logica punitiva dominante scambiando la necessità di sicurezza e cura della riproduzione dei movimenti con la postura di comodità al riparo dal conflitto sociale.

Il secondo contributo compie una analisi critica tramite una cronistoria della lotta delle studentə per la Palestina, e del rapporto tra movimenti sociali e apparati di controllo e repressione. Storicizzare sia pur per somme linee ciò che nella nostra città è avvenuto dal 7 ottobre 2023 in poi, contemporaneamente e influenzandosi con tutte le università del globo, è utile per scoprire eventuali collegamenti o indicazioni, se non risposte dirette, con le leggi securitarie in approvazione e in contestazione. Con un posizionamento della cultura politica di associazione a resistere: l’intimidazione, la minaccia, il contenimento e la repressione da parte di chi detiene il potere, sono sempre una conseguenza della mancata pacificazione del conflitto tra le parti in causa. Compito di chi si impegna per cambiare è infondere fiducia, studiare le possibilità, costruire relazioni solide per sfidare giganti dai piedi di argilla. Nel corso di questo anno il movimento degli studentə per la Palestina ha espresso una vitalità e delle ragioni sconvolgenti, portando sulla scena un protagonismo profondo che interroga il senso e l’organizzazione stessa delle istituzioni formative. Nel farlo, ha messo in discussione la Gerarchia universitaria, il vertice, evidenziandone la brutalità e l’ossessione per il potere fondata sulla menzogna e la cooptazione di ciò che si fa comprare. Perciò è in una certa misura scontato che chi ha le leve del comando, anche tramite l’ordine pubblico, ricorra alla forza e alla violenza per impedire che gli sia tolto. I movimenti che si battono contro lo status quo vogliono sconvolgere le situazioni di ingiustizia per comporre democrazia e libertà. Infondere paura, prima che il potere eserciti le proprie mosse, significa scoraggiare la lotta conducendola in un campo accettato dalla controparte poiché innocuo. Così sia per i fatti di Pisa del 23 febbraio, l’enorme eco e bombardamento mediatico che ne scaturì e le reazioni politiche istituzionali; sia per la contestazione al DDL sicurezza, l’aspetto che viene messo in luce, poiché molto spesso è tenuto in ombra, è il funzionamento complesso dei movimenti nel respingere o nell’accettare la logica dominante, nel costruire percorsi effettivi di crescita o invece di farne un’auto-rappresentazione funzionale alla catture dentro il sistema attuale. La ricorrenza di alcune fraseologie (i violenti, gli infiltrati) e di dispositivi retorici (”dobbiamo sapere cosa succederà”, sottintendendo ”mettiamoci d’accordo con la controparte su ciò che possiamo fare”) ai lati del movimento, l’assenza di reciprocità e rispetto nella divergenza possibile e necessaria, sono tutte degenerazioni funzionali alla differenziazione di stampo delatorio per la creazione di una interlocuzione affidabile, perchè compatibile, col sistema istituzionale. Operazioni viste e riviste che si sciolgono come neve al sole, di fronte a forze sociali in movimento effettivo.

L’ultimo testo compie una descrizione degli ultimi anni di autodifesa legale dei processi in corso nei confronti di persone impegnate in lotte o movimenti sociali, svelando sia l’etica e le ragioni dell’umanità in lotta sul nostro territorio sia i dispositivi differenziati di repressione. Di fronte alla dimensione diretta della Terza guerra mondiale, in scena con epicentro in Medioriente, non è l’esercizio di comparazione tra repressione in mondi differenti” che muove questo documento, né l’esclusiva denuncia della violenza delle controparti. La brutalità delle esplosioni di bombe, dei massacri di massa, delle torture e delle carcerazioni che emergono nel paradigma israeliano, hanno come retroterra logistico e politico i nostri territori, vettori di riproduzione dei mezzi e delle ragioni” a quelle latitudini. Leggere quali siano le accuse e le forme di autodifesa sul terreno del diritto e ben più nella società ci pare necessario per indagare e aprire riflessioni sulle tensioni crescenti che si aprono dentro questo retroterra”. In queste ostinate resistenze ci sono le sfumature delle varie tecniche di repressione quanto quelle delle nostre possibilità ulteriori. Non fare soffocare la lotta e le aspirazioni di un’altra società, giusta, condivisa ecocompatibile, passa anche dal dare dignità alle tante persone comuni che si impegnano e rischiano in ogni contesto. 

In Appendice inseriamo il contributo dei compagni e delle compagne di Torino, Processo Askatasuna: la giustizia dei ricchi e dei potenti” che delinea con precisione e profondità le cause e le modalita’ esecutive dei procedimenti giudiziari come processi politici di dominazione e oppressione mediatica, carceraria, sociale. Sotto accusa nel processo sovrano” non è solo un gruppo di generosi e determinati militanti, ma l’idea stessa del conflitto sociale. La lunga vita del movimento no tav, di Aska e delle esperienze popolari abitative come il Neruda e’ la migliore risposta: per questo i funzionari del potere hanno già perso! 

Questo dossier è un inizio di riflessione collettiva: uno strumento per lottare e difendere le nostre lotte, contro un potere che cerca di schiacciarle. Ma come scriveva Victor Serge a proposito dell’Ocrana (la polizia segreta zarista), neppure la repressione più feroce riuscì a fermare la Rivoluzione d’Ottobre. A noi, oggi, tocca rendere loro la vita difficile!

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